Lavoro in reparto da più di vent'anni. In questo tempo sono cambiate molte cose: strumenti migliori, procedure più precise, possibilità che una volta non avevamo. Ma è cambiato anche il tempo. Sembra essersi ristretto.

Ogni turno comincia con una lista molto chiara di attività e finisce quasi sempre con qualcosa rimasto indietro. Non perché manchi la volontà, ma perché le persone da seguire sono tante e gli imprevisti fanno parte del lavoro. Il risultato è che si corre anche quando servirebbe fermarsi cinque minuti ad ascoltare.

Il problema non è soltanto la stanchezza. È tornare a casa pensando alla signora che voleva fare una domanda, al familiare a cui non hai spiegato tutto con calma, al collega che avrebbe avuto bisogno di una mano. La qualità della cura dipende anche da questi momenti, ma sono i primi a scomparire quando il personale è poco.

Non scrivo per accusare chi organizza i turni: spesso anche loro lavorano con risorse insufficienti. Vorrei però che nei numeri usati per decidere gli organici comparisse anche il tempo umano. Non solo quante attività vengono completate, ma come vengono vissute dalle persone.

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